Propeller Club Livorno: la vela tra il fascino dell’heritage e l’audacia del 2026
Ingegneria navale e visioni d’avanguardia: il valore della memoria tecnica nel confronto tra armatori e istituzioni

Livorno – Un filo sottile, che lega le banchine di Cowes sull’Isola di Wight — culla dello yachting mondiale e sede delle regate più antiche — ai laboratori di progettazione di oggi, è stato il protagonista della recente serata dell’International Propeller Club Port of Leghorn, guidato dalla presidente Maria Gloria Giani Pollastrini. Soci e ospiti si sono ritrovati per un confronto sulla cultura marittima che ha visto al centro due ‘signore’ del mare firmate Camper & Nicholsons: Barbara e Undine, rispettivamente 103 e 131 anni di storia.
A raccontarle sono stati i loro armatori, Roberto Olivieri e Alessandro Vismara, in una conversazione moderata da Damiano Landi che, da manager – ma anche velista – ha saputo mescolare tecnica e passione.
Roberto Olivieri, armatore dello yawl Barbara (1923), ha chiarito innanzi tutto il suo ruolo nel restauro e nella gestione attuale della barca, che è quello di ‘custode’ più che di proprietario. Pur avendo recuperato lo scafo d’epoca con la massima attenzione all’originalità dei materiali, per Olivieri il concetto seguito nell’operazione è stato quello di una modernità consapevole. Sotto lo scafo di legno, Barbara nasconde infatti soluzioni quali batterie al litio e dissalatori che permettono una navigazione ecosostenibile. “Le barche d’epoca devono navigare, non stare nei musei”, ha detto Olivieri, sottolineando come l’heritage sia vivo solo quando continua a sfidare il mare.
Un approccio condiviso dall’architetto e progettista Alessandro Vismara, che ha curato la rinascita di Undine (1895), prestigioso scafo concepito originariamente per permettere ai reali inglesi di seguire le regate proprio nelle acque di Cowes. Ritrovata semiaffondata dopo trentacinque anni di abbandono, la barca è tornata a splendere grazie a quelli che Vismara definisce gli ‘artieri del mare’: un mix tutto italiano di artista, artigiano e ingegnere.
Vismara ha colto l’occasione per lanciare quella che può sembrare una provocazione sul futuro, sostenendo che il legno potrebbe essere il materiale di domani se lavorato con sistemi naturali. Anche la semplicità può essere una grande leva, come dimostra il suo progetto Dolce Vela, con cui Vismara punta a eliminare le complicazioni (come il boma) per tornare a una navigazione pura, dove la tecnologia serve a rendere il mare più accessibile e ‘dolce’, senza rinunciare alle prestazioni.
A tirare le fila del discorso è stato l’ammiraglio di squadra Cristiano Bettini. Già comandante della Vespucci e saggista, Bettini ha portato, con il suo contributo, un insieme di rigore operativo e profondità dello studioso. La sua analisi ha ricordato che l’eccellenza navale non s’inventa: la Vespucci stessa è figlia di una cultura tecnica nata a Livorno e legata ai grandi velieri del Settecento. Un messaggio, il suo, che ha voluto sottolineare come le leggi della stabilità e della sicurezza, con fatica codificate nei secoli, restano le fondamenta di ogni innovazione e che “non c’è futuro senza la comprensione profonda di ciò che è accaduto ‘dietro’ lo yachting”. È la storia, insomma, a dare solidità ai progetti di domani.
L’incontro si è chiuso con una riflessione sulla sfida di riscoprire e integrare le maestranze classiche — dai maestri d’ascia ai cordatori — in un modello di economia moderna come il nostro. Un modo per far sì che il percorso della nautica, tra passato e futuro, continui a poggiare su basi solide e competenze reali.
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