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Comandante Massimo Cerracchio: in un libro le sue crociere da autodidatta

Dal cielo alla prua, il pilota e marinaio porta il suo viaggio alle Svalbard sui pontili della memoria, in un volume di Edizioni Il Frangente

di GIUSEPPE ORRÚ
23 Febbraio 2026
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OBIETTIVO-SPITZBERGEN rit

C’è un momento, nella vita di chi pilota aeroplani, in cui lo sguardo cade inevitabilmente verso il basso. Oltre la curva dell’orizzonte, dove il blu del cielo si fonde con quello del mare, nasce spesso una domanda silenziosa: “Cosa c’è davvero laggiù?”. Per Massimo Cerracchio, pilota militare e civile con oltre cinquant’anni di carriera passati “tra le nuvole”, quella domanda non è rimasta un pensiero astratto. È diventata una rotta, una sfida e, infine, un libro: “Obiettivo Spitsbergen”, pubblicato da Edizioni il Frangente. La storia di Cerracchio non è la classica epopea del marinaio che non ha mai lasciato il porto. È, al contrario, il racconto di un “pilota prestato al mare”. La dicotomia tra i due mondi attraversa ogni pagina del volume, creando un parallelo affascinante tra la precisione della navigazione aerea e l’imprevedibilità di quella marittima.

Se in volo Cerracchio era abituato a gestire motori potenti e tecnologie d’avanguardia per accorciare le distanze, in mare ha scelto la via opposta. A bordo di Mamaroa, un piccolo Samourai di soli sette metri in vetroresina, le 7mila miglia che lo separavano dal Grande Nord sono diventate un esercizio di pazienza, umiltà e ascolto della natura. Il libro conduce il lettore lungo un apprendistato da autodidatta, dalle prime crociere in Mediterraneo fino al salto verso i Caraibi, guidato solo dalle vele e dal sestante. Ma il vero magnete, l’ossessione che lo spingeva a risalire la latitudine, era l’isola di Spitsbergen, nell’arcipelago delle Svalbard. Il 19 luglio 1980, quella “barchetta” di 7 metri toccava finalmente le terre dove la banchisa polare detta legge. Un’impresa che oggi definiremmo estrema, ma che l’autore racconta con la schiettezza tipica di chi ha visto il mondo da diecimila metri d’altezza e sa che, in fondo, siamo solo piccoli puntini nel paesaggio. Uno degli aspetti più poetici del libro emerge nella riflessione post-pensionamento dell’autore. Una volta lasciati i comandi dei grandi jet, Cerracchio è tornato al volo puro con il brevetto di pilota di aliante. È qui che il cerchio si chiude: “Un aeroplano non vola perché ha un motore, ma perché ha le ali, che sono esattamente come le vele di una barca”. Per Cerracchio, navigare non è mai stato un esercizio di forza contro gli elementi, ma una lezione di fluidodinamica e di rispetto. La sua scrittura è sincera, priva di veli e di autocelebrazione. Non si definisce un eroe, ma un viaggiatore che ha saputo cambiare prospettiva: dal radar alla bussola, dalla velocità del suono al lento incedere tra i ghiacci.

Obiettivo Spitsbergen non è solo un diario di bordo per appassionati di vela estrema; è un invito a seguire le proprie ossessioni, a prescindere dal mezzo. Che si tratti di un flap che si estende o di una randa che si gonfia, il messaggio è chiaro: l’importante è non smettere mai di guardare oltre l’orizzonte, sia esso fatto di nuvole o di acqua salata. Massimo Cerracchio, napoletano, classe 1939, dopo aver frequentato l’Accademia Aeronautica è diventato pilota militare, per poi venire promosso, dopo quattordici anni di volo, comandante pilota in Alitalia. Si è allora avvicinato al mare con molto rispetto, semplice neofita e autodidatta, con la sua unica barchetta a vela Mamaroa, uno sloop in vetroresina di 7,33 metri, e per tredici anni ha veleggiato nel Mediterraneo, in Atlantico e in Artico. Ha proseguito l’attività di pilota con oltre 15mila ore di volo, e ha infine conseguito, dopo il pensionamento per raggiunti limiti di età, il brevetto di pilota di aliante, imparando che un aeroplano non vola perché́ ha un motore bensì̀ perché́ ha le ali, che sono esattamente come le vele di una barca.

Obiettivo Spitsbergen
di Massimo Cerracchio
Edizioni il Frangente, Verona, 2026
208 pagine; 24,50 euro 

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