Giovanna Vitelli armatrice: il mare come eredità, sfida e rifugio
Dal Seadeck 7 vissuto in prima persona alla visione di una nautica più gentile e sostenibile. Tra infanzia a bordo, design d’avanguardia e nuove rotte da tracciare, la sua storia è quella di chi ha fatto del mare una traiettoria di vita

L’intervista che segue è la quarta di una serie condotte in collaborazione con AssoYacht, associazione che rappresenta gli interessi dei proprietari o armatori di unità da diporto. Livio Cossutti (AssoYacht International), Giovanna Vitelli, Lorenza Guerra Seràgnoli, Simonetta Vecoli, Elio Serra, Gabriella Pantani, Andrea Ruscica, Italo Fontana, Dario Castiglia e Fulvia Codecasa sono tra gli armatori associati ad AssoYacht che hanno deciso di raccontare (e condividere) le loro storie di vita e la loro passione per il mare insieme a SUPER YACHT 24 e all’interno del primo numero dell’AssoYachtMAG.
Armatrice, imprenditrice e presidente di uno dei più importanti gruppi nautici al mondo, Giovanna Vitelli racconta il suo rapporto intimo con il mare, fatto di autenticità, ricordi familiari e progettualità. Dal Seadeck 7 vissuto in prima persona alla visione di una nautica più gentile e sostenibile. Tra infanzia a bordo, design d’avanguardia e nuove rotte da tracciare, la sua storia è quella di chi ha fatto del mare una traiettoria di vita.
Dottoressa Vitelli, che barca possiede oggi e come la vive? È più un rifugio personale o anche parte della sua vita pubblica e di rappresentanza?
Oggi sono proprietaria di un Azimut Seadeck 7. È una barca che si presta a essere utilizzata sia con equipaggio sia in modo più diretto e personale. A me e alla mia famiglia piace moltissimo essere parte attiva della vita di bordo, dal timone alla cucina. È una dimensione che permette ancora questo contatto diretto e, per questo, la considero prima di tutto un rifugio personale. Certo, essendo il mio lavoro legato a questo mondo, ogni tanto capita di utilizzarla anche per occasioni pubbliche o eventi di cantiere, ma il suo vero compito è regalarmi momenti di libertà e relax lontano dal ritmo frenetico della quotidianità.
Cosa l’ha spinta a scegliere proprio questo modello? C’è stato un motivo particolare?
La scelta è legata prima di tutto al nostro modo di vivere il mare. Noi siamo molto mediterranei nell’approccio: amiamo stare all’aperto, cucinare a bordo, avere amici e famiglia con noi. La climatizzazione forzata, gli ambienti chiusi non fanno per noi. Seadeck 7 ha spazi esterni ampi e funzionali, la poppa apribile, una plancetta vivibile
e il barbecue in plancetta che diventa il centro della convivialità. Inoltre, è una delle barche tecnologicamente più avanzate nella sua fascia, con soluzioni che rispondono a precise scelte di sostenibilità.
C’è un luogo del cuore dove ama navigare?
Sì, in estate, come molti italiani, concentro le vacanze in agosto, ma cerco di evitare le mete più frequentate. Non amo essere a Porto Cervo, Capri o Saint-Tropez in alta stagione. Preferisco luoghi più defilati, dove si possa ancora godere della natura senza il caos. Quest’anno andrò in Grecia Ionica e penso che sarà la mia destinazione
estiva per i prossimi anni. È una zona che offre baie splendide, mare pulito e una dimensione più autentica della navigazione. Lì riesco a ritrovare il senso della barca come luogo di libertà. A differenza di altri periodi dell’anno, la Sardegna, invece, è una meraviglia in ottobre, quando i porti si svuotano e i colori cambiano.
Qual è il primo ricordo che ha di una vacanza in barca? C’è un momento che l’ha segnata?
Per me è difficile rispondere, perché la barca è sempre stata parte della mia vita: non ho un ricordo di una “prima volta”. Già nelle foto di famiglia da neonata ero nel cestino a bordo. Però c’è un ricordo nitido: da bambina, a sei o sette anni, quando mio padre testava i prototipi. A bordo c’era sempre un foglio bianco appeso vicino al salone e noi dovevamo scrivere le cose da migliorare. Per me era un gioco divertentissimo: trovare difetti, annotare dettagli. Quando poi, nei modelli successivi, vedevo
che qualcosa era stato modificato anche grazie a una mia osservazione, mi sembrava incredibile. Solo dopo ho capito quanto quel gioco fosse in realtà un allenamento prezioso. Oggi mi rendo conto che mi ha educata a guardare le barche con occhio critico e costruttivo, sempre alla ricerca di quello che si può migliorare. In questi anni ha visto cambiare molto la nautica da diporto e il turismo nautico.
Che lettura dà di questa evoluzione?
È cambiato tantissimo, e per fortuna. Negli anni Novanta la nautica aveva un approccio più ostentato, più gridato. Oggi, anche grazie al lavoro che abbiamo fatto come gruppo, è tornata a essere un’esperienza più autentica. Noi abbiamo spinto moltissimo sul rapporto diretto con l’acqua: vetrate panoramiche, ambienti interni ed esterni che si fondono, poppe apribili, grandi spazi esterni da vivere. Il lusso non è più l’abbondanza di materiali preziosi, ma la qualità dell’architettura, la funzionalità intelligente degli spazi, l’atmosfera che si crea a bordo. E credo che questo abbia contribuito molto anche al nostro successo commerciale. Certo, poi i mercati sono diversi: gli italiani sono un popolo di navigatori, altrove si vendono barche importanti per usi quasi giornalieri. Ma ovunque si avverte una maggiore attenzione all’ambiente, alla
sostenibilità, ai consumi. C’è ancora strada da fare, ma è una tendenza irreversibile. Personalmente non amo certi eccessi come il rumore e l’invasività di moto d’acqua e toys ovunque. Vorrei una nautica più “gentile”, più rispettosa del mare, del silenzio, della natura.
Che tipo di rapporto ha con l’equipaggio? Cosa cerca nelle persone che lavorano a bordo?
Per me è fondamentale l’empatia. Vivere insieme in uno spazio ristretto e condiviso richiede rispetto e sintonia. Noi amiamo essere parte attiva della vita di bordo, cucinare, gestire le manovre, vivere la barca a tutto tondo. Non voglio un servizio rigido all’inglese, ma una collaborazione vera. Serve anche rispetto reciproco degli spazi e delle esigenze. In questo senso, avere una barca progettata bene aiuta moltissimo. Poi, certo, cerco onestà, affidabilità e discrezione. Ho la fortuna di avere una
comandante donna, capace e concreta, con una grande elasticità. Sa passare dalla manovra al preparare un aperitivo senza perdere professionalità. Mi piace quella rotondità di ruolo, tipica forse di chi viene dal mondo della vela, dove si è sempre un po’ tuttofare. È un approccio che funziona bene sulle nostre barche.
Sta già pensando alla prossima barca?
Se devo essere onesta, sì. È normale che più vivi una barca più immagini come potrebbe essere la prossima. Oggi il mio tempo libero è limitato e questo incide sulle dimensioni e sull’organizzazione. Ma il desiderio di avere più spazio, più autonomia, più tempo da dedicare a navigazioni lunghe c’è. Prima o poi arriverà il momento in cui riuscirò a ritagliarmi periodi più lunghi a bordo, e allora anche una barca più grande, magari con autonomia oceanica, potrebbe diventare realtà. È il bello della nautica:
ogni barca è il frutto di un momento di vita.
C’è un progetto professionale di cui va particolarmente orgogliosa?
Sì, la scelta di portare nuovi designer nel nostro settore. Per anni, nella nautica, i nomi erano sempre gli stessi. Negli ultimi dieci anni abbiamo coinvolto progettisti che arrivavano dall’hotellerie, dal retail, dalla moda. È stato divertente e anche strategico. Ogni linea ha così trovato un’identità: la sportiva, la navetta classica, il crossover come l’Oasis. Quest’ultimo è stato un grande successo, che all’inizio il mercato guardava con diffidenza. Mio padre, che aveva un legame profondo con le navette classiche, fu il mio sponsor su quel progetto, lasciandomi carta bianca. È stata la mia investitura. Oggi la soddisfazione è vedere che quella scelta ha fatto scuola. E il Seadeck ne è, in piccolo, l’erede naturale.
Un aneddoto personale?
L’anno scorso ho navigato con il prototipo del Seadeck 3. Facemmo un tour d’Italia, toccando tutti i nostri concessionari. Una sera arrivammo alle Tremiti. Al mattino, alle sette, la barca era circondata di tender curiosi. Nessuno aveva mai visto quel modello. Li ho invitati tutti a colazione a bordo ed è nata una giornata bellissima, fatta di chiacchiere tra appassionati. È il bello della nautica: incontri gente che condivide la tua stessa passione e in mare ci si riconosce al volo.
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