Perché i superyacht stanno ripensando la medicina di bordo
Oltre il primo soccorso, verso un modello decisionale integrato a supporto del personale di bordo

Contributo a firma di Dott. Claudio Bencini *
* Maritime Medical Associates
I megayacht operano strutturalmente senza medico a bordo. Non si tratta di una lacuna né di una scelta organizzativa discutibile, ma di una caratteristica intrinseca di questo segmento, coerente con il quadro normativo e con la natura privata delle unità. Storicamente, la gestione delle emergenze sanitarie è stata affidata alla preparazione di base dell’equipaggio, alla disponibilità di kit di primo soccorso e al supporto delle centrali di assistenza medica marittima attive a livello internazionale.
Negli ultimi anni, tuttavia, il contesto operativo è cambiato in modo significativo. L’età media degli armatori e degli ospiti è aumentata, le patologie croniche sono più diffuse e gli itinerari di crociera si estendono sempre più spesso verso aree remote, dove l’accesso a strutture sanitarie avanzate richiede tempi lunghi e una complessa organizzazione logistica. In questo scenario, gli eventi cardiovascolari – pur non essendo i più frequenti – rappresentano alcune delle situazioni a più alto impatto decisionale a bordo.
La letteratura marittima conferma che gli eventi cardiovascolari costituiscono una percentuale relativamente contenuta delle emergenze mediche a bordo, ma sono associati a tassi più elevati di complicazioni, evacuazioni e mortalità rispetto ad altre condizioni cliniche. In questi casi, la criticità non risiede tanto nell’assenza di assistenza, quanto nella difficoltà di prendere decisioni tempestive e proporzionate in un contesto isolato, con informazioni inizialmente incomplete.
Il tema centrale, infatti, non è la disponibilità di strumenti o la buona volontà dell’equipaggio, ma la qualità del processo decisionale. La formazione obbligatoria STCW e i corsi di primo soccorso forniscono competenze essenziali per la stabilizzazione immediata e per le manovre salvavita di base, ma non sono progettati per supportare decisioni cliniche complesse e tempo-dipendenti, come quelle richieste in caso di dolore toracico, sincope o aritmie in soggetti anziani o con comorbidità.
Allo stesso modo, la crescente diffusione a bordo di defibrillatori automatici, ossigenoterapia e strumenti di telemedicina rappresenta un passo importante, ma non risolutivo. Numerosi studi nel campo della telecardiologia e della medicina pre-ospedaliera mostrano come la tecnologia, da sola, non garantisca un processo clinico efficace: la qualità delle decisioni dipende in modo critico dalla raccolta strutturata dei dati, dalla loro trasmissione ordinata e dalla capacità di integrarli in un quadro clinico coerente.
Un ulteriore elemento spesso sottovalutato riguarda la profonda differenza tra lo stato di salute dell’equipaggio e quello degli ospiti. I seafarers sono sottoposti a visite mediche periodiche che certificano l’idoneità al servizio e selezionano una popolazione generalmente più giovane e monitorata dal punto di vista sanitario. Armatori e ospiti, al contrario, non sono soggetti ad alcun screening preventivo e introducono a bordo un profilo di rischio sanitario diverso.
Di fronte a questa evoluzione, il settore ha esplorato approcci differenti. In alcuni casi, soprattutto sui superyacht di dimensioni eccezionali, si è scelto di portare a bordo vere e proprie strutture mediche. All’estremo opposto rimane il modello minimale. Tra questi due estremi si sta delineando una terza via, più sostenibile: mantenere l’ospedale a terra, ma portare a bordo una capacità diagnostica selezionata e un processo decisionale strutturato.
In questo modello, la responsabilità clinica resta allo specialista a terra, mentre a bordo vengono raccolti dati affidabili e standardizzati. L’equipaggio non decide, ma esegue manovre consentite sotto indicazione e supervisione remota. Non si tratta di medicalizzare il superyacht, ma di ridurre l’isolamento decisionale del comandante.
Il dibattito sulla medicina di bordo nei superyacht si sta quindi spostando da una logica puramente reattiva a una riflessione più ampia sull’organizzazione del rischio sanitario. In un settore che fa dell’eccellenza operativa il proprio tratto distintivo, anche la sicurezza sanitaria sta diventando una questione di metodo, non solo di strumenti.
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