Filiera, tecnologia e competenze: il sistema Italia convince i cantieri globali
Al Forum di SUPER YACHT 24 di Portosole i protagonisti della componentistica nautica spiegano perché affidabilità, integrazione tra aziende e innovazione applicata restano i fattori decisivi che mantengono l’industria italiana ai vertici mondiali sopra i 30 metri

Sanremo (Imperia) – All’8° Forum di SUPER YACHT 24, ospitato a Portosole a Sanremo, il secondo panel intitolato “Eccellenze nautiche italiane nel mondo: case study a confronto” ha messo a fuoco un punto chiave: la competitività internazionale della filiera nautica italiana nasce da affidabilità tecnica, capacità di risposta rapida e collaborazione reale tra cantieri e fornitori.
Il primo intervento ha evidenziato il tema della credibilità industriale. “L’affidabilità in questo settore significa una cosa semplice: faccio quello che dico”, ha spiegato Veronica Festa di Cmc Marine – sottolineando che “il rapporto con i cantieri è ormai di lungo periodo e basato su fiducia operativa. La seconda leva è la reattività: le richieste tecniche si alzano continuamente e bisogna sostenere i clienti mentre loro sostengono i propri armatori”. Festa ha ricordato come Cmc Marine abbia introdotto sistemi di stabilizzazione completamente elettrici quando il mercato era ancora scettico, e ha citato un caso recente su uno yacht di 150 metri: “Siamo riusciti a tarare l’impianto con un consumo energetico più basso del 50% senza ridurre le prestazioni. Questo è stato possibile perché il cliente si fidava di noi”.
Il dibattito si è spostato poi sulla sostenibilità. Andrea Piccione di Volvo Penta ha chiarito un concetto spesso frainteso: “Molti confondono sostenibilità con tipo di carburante. Noi la interpretiamo come efficienza. Se riduciamo consumi e ingombri, metà del lavoro è già fatto”. Ha aggiunto che l’evoluzione tecnologica richiede competenze nuove a bordo: “Oggi lavoriamo con sistemi a 700 volt in corrente continua. Non basta più il motorista tradizionale, servono tecnici capaci di gestire elettronica, normativa e diagnostica”.
Spazio anche al tema dell’ospitalità nautica con il progetto di suite galleggianti integrate nei marina. Gianluca Mazza del Marina di Loano ha spiegato che l’obiettivo non è sostituire lo yachting ma ampliarne l’offerta: “È una soluzione ibrida – ha detto Mazza – tra esperienza in barca e hotel. Saranno solo quattro unità perché non vogliamo togliere spazio al core business degli yacht”. Il target non è l’armatore, ma l’ospite curioso: “È pensata per chi vuole vivere il mare con comfort alto e servizi dedicati”.
Un intervento molto tecnico è arrivato da Giacomo Ardito di Posidonia, azienda che produce ancore, che ha evidenziato un problema culturale. “Spesso l’ancora viene vista come un pezzo di acciaio che si monta alla fine. In realtà oggi veniamo coinvolti già in fase di progettazione”. Il motivo è l’aumento delle richieste degli armatori e la riduzione degli spazi disponibili. “Ci chiedono soluzioni invisibili – ha detto Ardito -, integrate nella linea dello yacht. Ma sicurezza e normative restano prioritarie”. Ardito ha insistito sulla necessità di maggiore consapevolezza tecnica: “Le regole esistono ma non sempre sono chiare. Così cantieri e progettisti chiedono supporto a noi”.
“In Italia si concentra circa l’85% della produzione mondiale sopra i 30 metri. Questo significa – ha detto Giorgio Gallo del Rina – essere partner dell’industria, non semplici controllori”. Ha però segnalato un rallentamento recente sul tema ambientale: “Dopo l’ondata di investimenti sui combustibili alternativi vedo un certo rilassamento. La strada più concreta oggi resta migliorare l’efficienza dei sistemi di bordo”.
Il panel si è chiuso con l’intervento di Emanuele Cecchini, direttore commerciale della divisione marine di Harken, che ha ricordato il ruolo storico dell’Italia nello sviluppo tecnologico nautico citando uno yacht simbolo. “La cantieristica nautica italiana – ha detto Cecchini – è fatta da un sistema che funziona. Ogni area può trovare forza da un sistema produttivo che contribuisce alla filiera. È un sistema che noi possiamo esportare nel mondo, perché oggi l’Italia non è seconda a nessuno. Dall’estero ci guardano in modo curioso, abbiamo imbarcazioni altamente tecnologiche. Secondo me dobbiamo essere più consci delle nostre possibilità e delle nostre esperienze, che partono da lontano”.
La leadership italiana nella nautica non dipende da un singolo fattore ma da una combinazione di filiera corta, cultura tecnica, flessibilità progettuale e dialogo continuo con chi gli yacht li usa davvero. Una formula che, secondo i relatori, resta il vero vantaggio competitivo del Paese sui mercati globali.
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